Riabilitazione fallita
Era a Guantanamo, ora è il capo di al Qaida protetto dallo Yemen
L’annuncio della chiusura del carcere militare di Guantanamo Bay è appunto soltanto un annuncio e non chiude il problema. L’Amministrazione Obama non ha ancora spiegato che cosa intende fare con i membri di al Qaida prigionieri e ha preso sei mesi di tempo per trovare una soluzione praticabile al problema.

Alla commissione americana che doveva giudicare sulla sua liberazione, il trentacinquenne al Shihri – nome di battaglia Abu Sayyaf, come il leggendario comandante afghano che ha dato il nome anche alla colonna filippina di al Qaida – ha detto che una volta fuori si sarebbe ricongiunto ai suoi cari a Riad, capitale dell’Arabia Saudita, e avrebbe tentato di lavorare nel negozio di mobili di famiglia. Quando è stato rimpatriato, dopo aver firmato un impegno solenne a non partecipare più ad attività terroristiche, ha frequentato un programma speciale messo in piedi dai sauditi per trattare i casi difficili come il suo, un corso di orientamento con imam, specialisti religiosi e psicologi che devono seguire e verificare il percorso di redenzione degli estremisti. Superato anche questo programma, Said Ali è tornato in clandestinità. Ora è arrivato il comunicato di al Qaida nello Yemen che lo proclama vice dell’organizzazione. Al Shihri è il rilasciato numero sessantadue da Guantanamo che torna al terrorismo. Prima di lui, altri prigionieri liberati hanno ripreso il jihad da dove erano stati interrotti, e sono poi stati identificati dal Pentagono nei video prodotti dai terroristi o semplicemente ritrovati morti sui campi di battaglia in Iraq e in Afghanistan.
Che il saudita al Shihri sia riapparso come capo di al Qaida nello Yemen non sminuisce la sua importanza, anzi la accresce. Lo Yemen è la nuova oasi protetta di al Qaida. Gli attacchi sono sempre più gravi e frequenti – lo scorso aprile una bomba è esplosa anche vicino all’ambasciata italiana – ma gli analisti accusano il regime del presidente Ali Abdullah Saleh di complicità con i fondamentalisti. I sunniti di al Qaida sono una milizia paramilitare utile al regime – che controlla i loro campi d’addestramento – per combattere i ribelli sciiti nel nord del paese. Per questo nello Yemen i membri di al Qaida godono della quasi impunità. L’attentatore e reo confesso dell’attacco alla Uss Cole, Jamal al Badawi, “condannato a morte”, è in realtà libero. Ci sono 1.861 casi documentati di yemeniti andati in Iraq per il jihad. E yemenita è il nucleo degli irriducibili ancora chiusi a Guantanamo: sono 97, contro i 26 afghani e i 22 sauditi.